Il lager di Giovannino Guareschi. Un libro straordinario

guareschi

Rifuggo un po’ le pur encomiabili Giornate (della Donna, contro la violenza, della Memoria…) per l’inevitabile ritualità che si portano dietro e che rischia talvolta di annacquarle, anche se i fatti ci dicono che ce n’è sempre bisogno. Così, solo un caso mi ha messo in mano proprio oggi un libro di Giovannino Guareschi sulla sua lunga esperienza di prigioniero in un lager, in Polonia, di cui avevo sempre sentito parlare ma che destinavo a una voglia più generale di approfondire il geniale inventore di Don Camillo e Peppone. Ebbene: Diario clandestino è un libro straordinario, e provo a spiegare perchè e a condividerne con voi l’emozione. Guareschi, o meglio “il prigioniero 6865” racconta con una leggerezza e umanità quasi incredibili. E’ riconoscibilissima la vena che ci ha regalato le immortali storie del Grande Fiume fra parroco e sindaco della Bassa, ma nello scenario del gigantesco dramma della guerra la dolce sensibilità di Giovannino è ancor più intensa. Fin dalla introduzione scritta (e ora da noi letta) con un sorriso: “Io, come milioni e milioni di altre persone, mi trovai invischiato nell’ultimo pasticcio che ha rattristato il nostro disgraziatissimo mondo”. E più avanti, “anche in prigionia conservai la mia testardaggine di emiliano della Bassa: e così strinsi i denti e dissi: Non muoio neanche se mi ammazzano!”. Proposito rispettato non solo per l’effettiva ma fortuita sopravvivenza, quando perchè “Non abbiamo vissuto come i bruti…La fame, la sporcizia, il freddo, le malattie, la disperata nostalgia delle nostre mamme e dei nostri figli, il cupo dolore per l’infelicità della nostra terra non ci hanno sconfitti”.

Da lì in poi è una sequenza lunghissima di racconti che stringono il cuore ma che soprattutto ci dicono della straordinaria quasi incredibile serenità dello scrittore, con la lezione altissima di essere riuscito “a passare dentro questo grande cataclisma senza odiare nessuno”. E c’è – miracolosamente – tanto di cui sorridere (un po’ come,se posso azzardare un paragone politicamente scorretto, come nel “La vita è bella” dell’oscar di Benigni). A cominciare dal Guareschi soldato, prima ancora dell’armistizio e del caos totale, che ha il cruccio di non riuscire a far schioccare  i tacchi degli stivali nel saluto militare: e anzichè un “Takk!” a lui esce un misero “Ploff!”. Gli riuscirà alcuni mesi dopo, il Takk!, ma solo con gli zoccoli di prigioniero nel lager…

E poi tutti i fotogrammi di quella tragedia, che mi limito ad acennare invitandovi alla lettura completa: l’addio alla vecchia bicicletta prima di salire sul treno della deportazione, la vita negli stanzoni in cui le nostalgie si mescolano alla pazzia ma anche alle discussioni di poesia per mantenersi vivi.

Che cos’è la baracca del Lager? “Una piccola Arca di Noè navigante in un diluvio di malinconia. E dentro ogni specie di esseri: dalla pulce al poeta, dal topo al parastatale”. In due righe, Guareschi fissa magistralmente la tragedia di milioni di vite, strappate fisicamente ma anche “solo” nei sentimenti. Prima di lasciarsi scappare, poche righe dopo, una nuova e meno trattenuta definizione: “Baracca 18: il diciottesimo girone dell’inferno”.

Il prigioniero 6865 fa davvero tutto, nel suo diario, per non perdere e non far perdere il sorriso. Ma poi arrivano i momenti in cui deve fare i conti con il suo stato: “Mi lavo, e le mie mani scoprono una sconosciuta architettura d’ossa, e mi pare di lavare un altro”… E poi: “oltre il reticolato ci può portare solamente il sogno”… In sogno Guareschi vede Parma, il monumento a Verdi, e gli pare di ascoltare il Coro del Nabucco, prima di immergersi fra le strade e tornare finalmente (ma sempre in sogno…) a casa.

Guareschi sente che “ogni ora mi ruba una goccia di vita”,  ma riesce anche a sorridere delle lettere dall’Italia che hanno cambiato tono man mano che gli Alleati stanno liberando il Paese, e chi vive là vuole allontanare sospetti di vicinanza con il regime fascista… Per poi ancora constatare: “Guardo i miei polsi scarniti e provo una dolce pietà di me stesso”. Oppure “Sono ormai diciotto mesi che soffro la fame, ma ogni giorno sembra una cosa nuova”…. Fino all’aprile 1945 e ad una liberazione che trova gli ospiti della baracca quasi increduli.

Leggetelo, leggetelo tutto, questo straordinario Diario clandestino del nostro geniale conterraneo Guareschi (qui nell’edizione della Biblioteca parmigiana del Novecento edita da Mup su licenza Rizzoli). E diffondetelo: spero lo leggano, questo geniale scrittore che certo non fu mai di sinistra, i ragazzi del Blocco studentesco o di Casapound: coloro che nei giorni scorsi si sono dichiarati orgogliosamente “fascisti ” o che hanno indicato Benito Mussolini come un “padre della Patria”. Eccola: eccola nelle parole e nella dignità di Guareschi come la patria e gli italiani furono ridotti da quel “padre”, da quel regime e dalla insensata e folle alleanza con l’altra dittatura di Germania e con le sanguinose ambizioni di Hitler. Leggetelo, mentre oggi citate ammirati lo statista delle paludi bonificate o dei treni in orario…

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